Storia
Le epoche pre-romana e
romana
Moneta romana raffigurante l'Imperatore Claudio,
ritrovata nel 1971 durante gli scavi nella
pavimentazione della chiesa prepositurale di
Corbetta
È pressoché certo, a giudicare anche dal
vasellame in vetro ritrovato nei vecchi pozzi del Castello, che
qui aveva sede, nel VII-VI sec. a.C., un piccolo nucleo di tribù
celto-liguri. Nel IV sec. a.C. in questa plaga sorsero un primo
insediamento (pagus) gallo-celtico (Insubri) e, probabilmente
dopo le battaglie di Talamone (225 a.C.) e Casteggio (222 a.C.),
o comunque attorno al II sec. a.C., una colonia romana con
l'evidente scopo di proteggere Milano ed i territori ad est del
Ticino dalle incursioni razziatorie dei galli burgundi.
A tale proposito, già la stessa configurazione delle mura che
circondano per un terzo il Castello, ed il corso d'acqua, ora in
parte coperto, che va ad inserirsi nelle stesse mura formando un
perimetro ogivale, delineano le caratteristiche difensive di
base del campo trincerato romano. A testimonianza dell'impronta
romana rimangono resti di are votive dedicate a Giove, agli dei
Mani ed alle sacre matrone (già venerate dai Celti), divinità
tutelari della famiglia (reperti inglobati nelle fiancate
esterne della Chiesa Prepositurale di San Vittore Martire), e
svariate monete con l'effigie di Giulio Cesare, Claudio e
Traiano.
La vicinanza di Milano, divenuta poi sede imperiale, e
l'ubicazione su vie romane (come la vetustissima strada, battuta
già da Celti ed Etruschi, che da Corbetta porta a Castellazzo
de' Stampi e di lì al capoluogo) non potevano certo non favorire
lo sviluppo civile di Curia Picta, nella quale risiedeva forse
anche un pubblico magistrato (curia = senato).
Il Medioevo
Resti di decorazioni romaniche
rinvenute durante gli scavi della chiesa
parrocchiale di Corbetta (oggi affissi lungo le
pareti esterne della stessa)
A seguito del crollo dell'impero romano e
l'assedio di Milano ad opera di Uraia, nipote di Vitige, capo
dei Goti, nel 539 d.C., la città si popolò maggiormente,
accogliendo gli esuli provenienti dal capoluogo.
È di questo periodo la diffusione nel nord Italia del
cristianesimo che raggiunge anche Corbetta, com'è dimostrato dal
ritrovamento nel 1971 della basilica paleocristiana sotto il
pavimento della chiesa di San Vittore.
Nel 569 d.C. l'arrivo dei Longobardi fu segnato da una migliore
legislazione e dalla comparsa delle prime testimonianze che
citano espressamente la presenza del borgo.[6]
Nel IX secolo la borgata ed il castello di Corbetta passarono
sotto la signoria dell'Arcivescovo di Milano. Nel 1037 iniziano
le ostilità tra l'Arcivescovo Ariberto d'Intimiano e
l'imperatore Corrado II il Salico che, vedendo inutile l'assedio
di Milano per la moltitudine dei difensori, il 28 maggio si
dirige verso Corbetta e ne occupa il castello con le proprie
truppe. Mentre nella domenica di Pentecoste Corrado ascoltava la
messa in una chiesa del borgo, d'improvviso a ciel sereno
scoppiarono tuoni e fulmini così violenti da gettare
nell'esercito uno scompiglio ed un panico indescrivibili: chi
perì, chi si diede alla fuga, e parecchi per lo spavento
smarrirono l'uso della ragione. Il fatto, così come si narra,
deve essere stato locale, cioé avvenuto solo negli accampamenti
del Castello, perché coloro che venivano dal di fuori asserivano
di non aver visto nulla. La notizia è certamente storica, così
infatti ne riferiscono il Cronografo Sassone, Sigeberto, Arnolfo
e Vincenzo Bellovacense. Wippone scrive: "Eodem tempore dum
imperator quoddam castrum S. Ambrosii quod Curbitum dicitur
iuxta Mediolanum obsiderat accidit ibi quod plures pro Miraculo
habuerunt. In dominica sancta Pentecostes ante horam tertiam de
magna serenitate coeli subito fulmina cum tonitruis eruperunt
tantae fortitudinis ut multa pars hominum et equorum periret in
castris. Quidam prae tanto terrore in excessum mentis venerunt
ita ut post aliquos menses rex illis sensus redierit. Venientes
autem qui extra castra fuerant nec vidisse, nec audivisse
aliquid tale dicebant". Ma Landolfo il Vecchio (Seniore) per
primo introduce una sfumatura nuova e straordinaria
all'avvenimento: dice che all'imperatore sia apparso S. Ambrogio
in atto di minaccia - "Die vero Pentecostes dum imperator in
parva ecclesia secus urbem coronaretur ad missam tam gravia
fuerunt tonitrua et fulguris ut aliqui mente excederent aliqui
exhalarent. Bruno vero episcopus cui missam canebat et
secretarius imperatoris cum aliis tribus dixerunt se inter
missarum solemnia vidisse sanctum Ambrosium imperatori
indignando comminantem". (entrambe le epigrafi sono murate nel
porticato lato nord del Castello).
Enrico il Leone si sottomette a Federico Barbarossa,
1181.
Corbetta rimane nel tempo fedele ai Milanesi
contro gli imperatori e nel 1100 la borgata assume nuova
importanza come luogo principale della Burgaria, uno dei quattro
contadi del milanese, la quale si dice divisa in due parti con
capoluogo rispettivamente Rosate e Corbetta.
Un secolo dopo la visita di Corrado, nel 1154, un altro
imperatore appare a Corbetta: è Federico Barbarossa che, in
lotta con i coalizzati comuni lombardi, mette a ferro e fuoco la
borgata. Una sorte similare toccò pure a Rosate, ad
Abbiategrasso, a Magenta e a buona parte del milanese.
In un documento del 1162 - actum in loco Corbetta, Frederico
imperatore regnante - col quale Passavino detto Burro, antenato
della famiglia Borri, professava di vivere secondo la legge,
Curia Picta viene per la prima volta ufficialmente indicata con
il nome di Corbetta, anche se in una bolla del medesimo anno,
con la quale papa Alessandro III conferma all'arcivescovo
Umberto I da Pirovano ed alla sua chiesa tutti i diritti e
possessi, non si fa menzione del luogo e del castello, che si
suppone fossero già stati perduti a favore dell'Impero. E' bene
ricordare che nei secoli precedenti Corbetta è chiamata Curbitum
dallo storico Wippone,[7] Corio-Picta dallo storico Landolfo il
Vecchio[8], altrove Curia-picta (o Curia pincta) Sancti Ambrosii
e Castrum Sancti Ambrosii.
Un'ipotesi relativamente recente, affascinante e non priva di
fondamento storico, propende a spiegare il nome della città con
i due termini celto-liguri di cur (anello) e betda (casa di
legno): una fortificazione circondata da un fossato.
I Corbettesi combattono nelle file dell'esercito milanese nel
1239 contro Federico II che, sconfitto a Rosate, si riversa
nuovamente con le sue truppe su Corbetta, oltrepassando poi il
Po e raggiungendo in seguito la Toscana.
L'epoca viscontea
Seguendo le sorti di Milano, Corbetta nel
1270 passò sotto la dominazione viscontea, che fu un ritorno
quasi alla signoria arcivescovile, perché Ottone Visconti eletto
arcivescovo nel 1262, con la famosa battaglia di Desio nel 1277,
diventò effettivamente arbitro di Milano, sebbene fossero
mantenute le prerogative comunali.
Scarsino (o Scarsio o Squarcino) di Lanfranco dei Borri,
capitano generale dei nobili esuli milanesi, per i servigi resi
ad Ottone e a Matteo Visconti (appoggiò infatti i Visconti
contro i Torriani), ottiene nel 1275 a ricompensa molti feudi
nel borgo di Corbetta, così che i Borri, originari di Santo
Stefano Ticino, ne diventano i principali proprietari. Nel
luglio 1289 a Corbetta convengono i rappresentanti della
Repubblica Milanese e il Marchese Guglielmo VII del Monferrato
al fine di concludere un'alleanza in funzione anti-viscontea.
Nel 1292, ripreso il potere a Milano, Matteo Visconti, morto
Guglielmo di Monferrato e trovandosi il figlio quindicenne alla
corte di Carlo II di Napoli, facendosi precedere dal Podestà di
Milano a Bernate Ticino, raccolse a Corbetta il grosso
dell'esercito per poi dirigersi a Novara al fine di
conquistarla. Con il successo dell'impresa il figlio del
Visconti, Galeazzo, venne costituito dal padre podestà o vicario
a Novara. Qui nel 1299 si ordì la congiura dei sostenitori del
Monferrato che conquistano la città: Galeazzo Visconti ha appena
il tempo di fuggire e di rifugiarsi presso il castello di
Corbetta.
Occorre ricordare che sul finire del sec. XIII si distinse il
pittore Simone da Corbetta, delicato esponente della scuola
lombarda: ci rimangono alcuni affreschi da lui eseguiti nella
chiesa e nel chiostro di Santa Maria dei Servi a Milano ed ora
conservati nella Pinacoteca di Brera. Il 4 gennaio 1363 Magenta
e Corbetta vennero conquistate da una compagnia di Inglesi al
soldo del Marchese del Monferrato ma solo al fine di compiere
delle razzie: per questo motivo, Gian Galeazzo Visconti, Conte
di Virtù, è mandato dal padre Galeazzo II nel 1376 contro
l'esercito del Monferrato in una sfortunata campagna che
costringe il Visconti a ritirarsi come il proprio avo a Corbetta
ove sostiene un fiero assedio. Gian Galeazzo, divenuto primo
Duca di Milano nel 1385 tolse il paese dalla giurisdizione della
Burgaria, ponendolo sotto quella del Podestà di Milano assieme a
Cisliano, Sedriano, Bareggio, San Vito, Bestazzo e San Pietro di
Bestazzo.
L'immenso edificio politico costruito da Gian Galeazzo minacciò
di crollare invece sotto il rovinoso governo del figlio Giovanni
Maria che finì ucciso da congiurati sulla soglia della chiesa di
San Gottardo a Milano, il 16 maggio 1412; egli aveva assoldato
nel 1407 alcuni avventurieri spagnoli per la difesa del Ticino e
li aveva stanziati nel castello di Corbetta. Nel XIV secolo di 4
contadi se ne erano formati due soli a nome abbinato:
Seprio-Burgaria e Martesana-Barzana, divenendo poi (sotto il
governo di Carlo V) semplicemente Seprio e Martesana.
Il governo degli Sforza
Con la salita al potere di Francesco Sforza,
Corbetta cambiò la signoria e fu fedele anche ai nuovi principi.
La politica estera di Ludovico il Moro non fu felice quanto
quella interna: nel 1499 le truppe francesi di Luigi XII
invasero il territorio milanese ed il territorio di Corbetta,
trovando debole difesa nei mercenari svizzeri assoldati dal Moro
per la difesa del ducato. Per questo lo Sforza si rifugiò
dapprima in Germania da dove, un anno dopo nel febbraio 1500,
con l'aiuto degli imperiali, riuscì a riprendere il governo del
ducato tenendolo però per soli due mesi: quando i Francesi
sconfissero le truppe milanesi a Novara lo mandarono prigioniero
in Francia dove morì. Luigi XII tornò padrone di Milano ma per
breve tempo.
Nel 1513 il comandante delle truppe svizzere Matteo Schiner,
vescovo di Sion e cardinale, assoldato da Massimiliano Sforza,
primo figlio di Ludovico il Moro, riconquistò il ducato e lo
cedette agli Sforzeschi. Due anni dopo, Francesco I di Francia
riprendeva Milano, passando il governo da Carlo di Borbone a
Odet de Foix, Conte di Lautrec. Per l'ultima volta Milano viene
restituita per opera di Carlo V e di Leone X ad un altro figlio
del Moro, Francesco II, alla morte del quale, il 19 novembre
1535, i territori del ducato milanese passarono definitivamente
sotto il dominio imperiale.
Il dominio spagnolo
San Carlo Borromeo in gloria
Carlo V annetté il milanese ai domini
spagnoli inaugurando uno dei periodi più nefasti della città di
Milano. Sebbene gli Spagnoli fossero cattivi governanti e
pessimi amministratori, ad arginare l'influenza deleteria dei
nuovi dominatori diedero il maggior impulso due grandi
arcivescovi, Carlo e Federico Borromeo. Al 17 aprile 1555 risale
il famoso evento del primo miracolo (cfr. Il Santuario
Arcivescovile della Beata Vergine dei Miracoli). Il 22 novembre
1577 Carlo Borromeo, in occasione di una sua visita, consacrò
solennemente la nuova campana maggiore della chiesa ed
amministrò la cresima sul sagrato. Quattro anni dopo, nel 1581,
il 17 giugno, si ricorda un'altra visita del cardinale. Nel 1582
la popolazione corbettese si rivoltò al dominio degli Spagnoli
assalendoli nei loro quartieri e saccheggiando anche la chiesa
che fu riconsacrata il 29 luglio dello stesso anno.
Dopo la peste del 1630, nel 1631 le milizie tedesche, di ritorno
dall'assedio di Mantova, sfogarono la propria ingordigia col
saccheggio del paese e nel 1650 il castello, già in parte
rovinato dagli assalti sostenuti, venne quasi interamente
smantellato e i pochi avanzi adibiti ad abitazione signorile. A
questo periodo risale la costruzione di alcuni edifici storici
dell'attuale corso Garibaldi, definiti "Quartiere Spagnolo" o
"degli Umiliati" in quanto risultavano di proprietà della
compagnia dei frati Umiliati di Brera.[9]
All'inizio del Settecento si dovette assistere anche a Corbetta
alla crisi del Regno di Spagna ed essa, già a partire dal 1706,
venne occupata assieme a tutto il milanese ad opera di Eugenio
di Savoia, il quale attualizzò il passaggio di dominio agli
austriaci, formalizzando la Pace di Rastadt
del 1714.
Dal periodo austriaco alla
conquista napoleonica
Il primo periodo della dominazione austriaca
sotto Giuseppe I (1711) e Carlo VI non fu molto più felice del
precedente e nemmeno più pacifico. Per le mire espansionistiche
di Filippo V di Spagna e dell'alleato Carlo Emanuele III di
Savoia, il ducato di Milano venne occupato nuovamente dagli
Spagnoli ma, con la pace di Vienna (1736), lo stato di Milano
tornava all'Austria di Maria Teresa d'Asburgo. E' questo inoltre
il periodo in cui il territorio corbettese viene per la prima
volta ufficialmente mappato con l'opera monumentale del Catasto
Teresiano.
In questo periodo Corbetta si abbellisce delle sue più sontuose
ville gentilizie e ritrova il perduto splendore. Nel 15 maggio
1796, però, il Generale Napoleone Bonaparte entrò a Milano,
vincitore degli Austriaci, succedendosi al governo della I^ e
della II^ Repubblica Cisalpina, della Repubblica Italiana e
infine del Regno d'Italia con il quale Milano ha un nuovo
periodo di preminenza politica e civile. A Corbetta viene
soppresso il Capitolo e viene eretta l'attuale chiesa
parrocchiale.
Dalla battaglia di Magenta
all'Unità d'Italia
Il 3 giugno 1859, alla vigilia della
Battaglia di Magenta, la Villa Massari a Corbetta divenne uno
dei quartieri generali del Feldmaresciallo austriaco Ferencz
Gyulaj, arretrato poi ad Abbiategrasso il 5 giugno dopo che i
soldati francesi (46.883 uomini) con uno sparuto gruppo di
bersaglieri piemontesi (634 uomini) avevano sconfitto la seconda
armata austriaca (55.792 uomini) permettendo a Vittorio Emanuele
II ed a Napoleone III di entrare trionfanti a Milano l'8 giugno
dello stesso anno.[11]
La 2° divisione di cavalleria austro-ungarica del 7° corpo
d'armata al comando del Feldmaresciallo Luogotenente von Lilia,
comprendente le brigate von Weigl e von Dondorf, era
acquartierata nei giardini e nelle scuderie del Castello, mentre
nella frazione di Cerello sostava il reggimento di cavalleria di
riserva agli ordini del conte Alexander von Mensdorff ed a
Castellazzo de' Stampi la brigata conte Palffy: tutte queste
forze non vennero impegnate in maniera diretta nelle operazioni
militari.
La memoria popolare narra che all'imbrunire, sul finire della
battaglia di Magenta, numerosi fanti austro-ungarici sbandati in
rotta verso Corbetta vennero raggiunti da "zuav frances cont la
faccia da demòni" (in realtà si trattava del 9° Battaglione
Bersaglieri e di alcuni reparti di Cacciatori della Guardia)
all'altezza dell'attuale Piazza del Popolo ed ivi passati per le
armi o fatti prigionieri.
Dalla fine del XIX secolo
ad oggi
Fotografia scattata il 3 giugno
1902 all'indomani della caduta del campanile di
Corbetta. Si notino i danni alla chiesa provocati
dal crollo.
Nel 1866, con la nascita della Guardia
Nazionale, anche Corbetta ebbe un suo distaccamento con sede nel
Castello: era composto di centocinquanta uomini divisi in
quattro squadre al comando del capitano Dario Chierichetti.
Tra il 1885 ed il 1889 in diversi paesi del milanese si
registrarono numerosissimi scioperi agrari. I contadini, ridotti
alla fame dai "pendizzi" (debiti ma anche vergognose "appendici"
nei contratti d'affitto) e da paghe miserevoli, oltre che
esasperati a causa di annate sfortunate ed improvvise morie di "cavaler"
(bachi da seta), spesso l'unica fonte di sostentamento per le
famiglie degli "obbligàa" (salariati), scesero in piazza contro
i padroni. In particolare nel 1889, dopo Casorezzo, si mossero i
braccianti di Ossona, Arluno, Santo Stefano Ticino, Vittuone,
Sedriano, Bareggio ecc. Domenica 19 maggio, davanti al Municipio
di Corbetta (allora sito in Via Cavour e corrispondente
all'attuale numero civico 5), una trentina tra reali carabinieri
e agenti di pubblica sicurezza sparò sulla folla uccidendo il
diciottenne Enrico Lovati, ferendo in maniera grave almeno sette
persone ed arrestando ventuno manifestanti.
Nel 1891 venne inaugurata la nuova chiesa, ma il rovinoso crollo
del campanile (2 giugno 1902), dovuto all'altezza di 81 metri e
al peso delle nove campane, ne ritardò il completamento sino al
1908.
Durante la Grande Guerra Corbetta ebbe 158 caduti.
Nel 1921 il comune ha 7.689 abitanti e in quel periodo la
struttura urbanistica del paese subisce radicali cambiamenti. La
forza lavoro è principalmente occupata nelle industrie sparse
sul territorio ma una buona parte di lavoratori rimane comunque
dedita all'agricoltura.
Ad Abbiategrasso nell'agosto del 1944 furono arrestati, per
ordine del capitano tedesco Theodor Saevecke, responsabile della
Strage di Piazzale Loreto a Milano, otto civili tra cui il
partigiano corbettese Pierino Beretta, poi torturato e
barbaramente trucidato presso Torriano di Pavia perché ritenuto
responsabile assieme ai compagni di due attacchi a truppe
tedesche.[12]
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il paese vive uno stato
di benessere come tutte le città italiane a causa del boom
economico e della conseguente introduzione di nuove tecnologie.
Col passare degli anni vede svilupparsi sempre di più la propria
importanza divenendo uno dei maggiori poli naturalistici e
culturali della provincia di Milano, specie negli anni 80. A
dimostrazione di questo nel 1981 Corbetta si apre all'Europa
gemellandosi con il comune francese di Corbas nel lionese: per
celebrare l'evento una via della città è stata intitolata alla
cittadina gemellata. Finalmente il 5 febbraio 1988 a Corbetta
viene conferito il titolo di città dal presidente della
repubblica italiana Francesco Cossiga. Nel 2002 ecco un nuovo
gemellaggio, questa volta con Târgovişte, città rumena di
novantamila abitanti, nonché importante centro economico e
industriale. Oggi Corbetta si sta consolidando sempre più come
polo culturale e naturalistico, e per rendere ancora più
realistiche queste prerogative nel 2007 ha preso il via il
progetto "ecosostenibilità", che si propone lo scopo di rendere
il comune ecosostenibile a basso impatto ambientale.
Edifici notevoli
Le Chiese
Chiesa Prepositurale di
San Vittore Martire
Chiesa di San Vittore Martire -
interno. Si noti la superficie dell'altare
sopralzato nel rispetto della cripta sottostante.
Il primo nucleo del tempio nacque
probabilmente nel III secolo ad opera di san Mona che lo edificò
sopra una precedente ara pagana. Dopo numerosi ampliamenti la
chiesa venne completamente ristrutturata in epoca longobarda,
acquisendo le forme romaniche nel 1037 quando venne completata
con l'aggiunta di una cripta dedicata a san Materno. Con il
passare dei secoli la chiesa si deteriorò notevolmente al punto
che nel 1535 il tetto crollò distruggendo l'altare maggiore,
consentendo però il ritrovamento di alcune reliquie donate al
capitolo da Arnolfo di Donnino nel XIII secolo. La notizia si
deve allo storico Giorgio Giulini che cita quale fonte
Bonaventura Castiglioni: "Volgendo un poco a destra verso il
meriggio, troverai un luogo detto anticamente Curiapicta, ed ora
Corbetta, borgo senza dubbio antichissimo, dove si vede un
tempio di architettura longobarda. Essendo questo rovinato negli
anni scorsi, si scoprirono molte sante reliquie delle quali non
si aveva cognizione e con esse si trovò una picciola memoria in
cui si tratta d'esse e di chi le collocò in quel sito, e del
nome antico del luogo che pure prima ignoravasi". Nell'originale
di Bonaventura Castiglioni si legge: "Ad dexteram paululum si
deflexeris Meridiem versus Curiae Pictae occurres, Corbettam
Nostrates appellant, Oppidum dubio procul vetustissimum,
Longobardica symmetria constructum habens Templum. Cujus ruina,
quae facta est annis superioribus, multas Sanctorum Reliquias,
quae ignorabantur, et cum eis memoriolam, in qua mentior habetur,
et qui eas reliquias illuc locorum portari curcuit, et nominis
eius Oppidi, quod in hunc usque diem ignorabatur aperuit".
Nel 1570 San Carlo Borromeo amministrò la cresima sul piazzale,
incoraggiando nuovi lavori di restauro che si compirono tra il
1588 ed il 1592, mentre il nuovo campanile, adattato sul
basamento di una vecchia torre medioevale, venne
Chiesa di San Vittore illuminata
di notte (autore: klausbergheimer)
completato nel 1612 e di nuovo innalzato tra
il 1697 ed il 1699.[14] La chiesa venne completamente
ristrutturata nel 1725 ed in quell'occasione andarono purtroppo
distrutti alcuni affreschi provenienti dal preesistente luogo di
culto. Nel 1727 si costruì l'attuale sacrestia, ornata di
stucchi e dipinti ad affresco. Nel 1750 la chiesa cadde
definitivamente in rovina e se ne decise l'ampliamento grazie ad
un progetto dell'architetto Pietro Taglioretti che poté
concretizzarsi solo nel 1792. Dopo che il governo rivoluzionario
ne ebbe soppresso il capitolo, i lavori per la costruzione
dell'edificio ripresero nel 1806 e terminarono nel 1809, mentre
tra il 1845 ed il 1848 venne costruita la facciata ad opera
dell'architetto Luigi Cerasoli.
Nell'ottobre del 1891 la canonica venne ufficialmente consacrata
ad opera di Paolo Angelo Ballerini, Patriarca di Alessandria
d'Egitto. I lavori ripresero nel 1898 quando si alzò a 81 metri
il campanile, che crollò poi rovinosamente il 2 giugno 1902
(ironia della sorte pochi giorni dopo sarebbe crollato anche il
campanile della chiesa di San Marco a Venezia).[16] Nel 1908 il
campanile venne ricostruito a 71 metri. Nel 1921 vennero
eseguiti degli affreschi ai lati del presbitero raffiguranti la
"Decollazione di San Vittore" e il "Ritrovamento del corpo di
San Vittore ad opera di San Materno" eseguiti ad opera del
pittore Carlo Rivetta, di concerto con il grande affresco della
cupola presbiteriale che rappresenta la "Gloria di San Vittore".
Durante i lavori di rifacimento della pavimentazione nel 1971
furono ritrovati, sotto l'altare maggiore, i resti delle
precedenti costruzioni ed un cimitero pagano. Curiosamente il
precedente scavo effettuato nel 1906 da Carlo Dossi non aveva
registrato alcun reperto, complice anche la repentina scomparsa
del prevosto di quegli anni che aveva fatto interrompere i
lavori di ristrutturazione: il parroco infatti aveva senza meno
autorizzato gli scavi e il Dossi era comunque riuscito ad
arrivare fino a poco prima della cripta di san Materno.
L'Organo Edoardo Rossi (1921)
L'organo
Al 22 luglio del 1590 risale la notizia di un primo organo
presente nella Collegiata, strumento che viene poi restaurato
molte volte nei secoli XVII e XVIII dai fratelli Prestinari di
Corbetta (imparentati con i ben più famosi organari della vicina
Magenta), sin quando non viene definitivamente sostituito con
l'inaugurazione della nuova chiesa sul finire del del XIX
secolo. Tra il 1907 ed il 1910 infatti il Capitolo della
Collegiata acquista un organo costruito dal Bernasconi (1895)
dopo una disdetta del Santuario di Rho, smantellando il
precedente strumento considerato obsoleto e rovinato. Lo
strumento viene completamente restaurato, modificato ed ampliato
nel 1921 dal milanese Edoardo Rossi, il quale apportò anche le
fondamentali modifiche che ancora oggi si possono ammirare sullo
strumento e che hanno consentito una meccanizzazione della
trasmissione acustica attraverso l'utilizzo di mantici a turbina
elettrica. L'organo è stato infine restaurato nuovamente nel
1985 dalla ditta Comm. Arturo Pedrini di Binanuova (Cremona),
secondo i criteri stabiliti dalla Commissione per la Tutela
degli Organi in Italia.
Alla chiesa di San Vittore è legata la
Confraternita del SS. Sacramento.
Capitolo della Parrocchia
Prepositurale di Corbetta
Per tradizione, la chiesa di Corbetta, come
molte altre parrocchie prepositurali d'Italia, raccoglie un
proprio capitolo di canonici, sacerdoti non solo appartenenti
fisicamente all'area pastorale del comune, ma anche provenienti
dalla pieve. I membri del capitolo prepositurale di Corbetta
godono, in base ad un decreto della Curia Romana del 1742 [19],
il diritto di portare i distintivi corali della canonica, ovvero
al Prevosto è riservata una cappa violacea con l'ormesino di
cremisi, mentre ai canonici è riservata l'almuzia. Il capitolo
dipende direttamente dal Decanato di Magenta.
Santuario Arcivescovile
della Beata Vergine dei Miracoli
Il Santuario Arcivescovile della
Beata Vergine dei Miracoli di Corbetta
L'edificio sacro più notevole dell'arte
rinascimentale e barocca corbettese è senza dubbio il Santuario
Arcivescovile della Beata Vergine dei Miracoli; una volta alla
periferia della città, costruito su un'area ove sorgeva una
precedente chiesa dedicata a San Nicola, si trova oggi in pieno
centro storico. Grazie ad un evento miracoloso avvenuto nel
1555, la chiesa divenne il più grandioso altare mariano della
città, cambiando la propria architettura in un santuario
suddiviso su due livelli: quello inferiore tuttora dedicato a
San Nicola e quello superiore (con l'immagine miracolosa ad
affresco) consacrato alla Madonna. Nel corso dei secoli grandi
artisti del calibro di Francesco Croce, Fabio Mangone, Vincenzo
Seregni, Francesco Pessina, Carlo Francesco Nuvolone, Giulio
Cesare Procaccini, Giovan Battista Discepoli, Mosè Bianchi e
Luigi Pellegrini Scaramuccia detto il Perugino hanno contribuito
con le loro opere ad aumentarne lo splendore, ed è stato
visitato da personalità eminenti tra cui San Carlo Borromeo che
durante il suo episcopato si fece promotore presso la Santa Sede
del culto mariano in questo santuario, riuscendo ad ottenere per
Corbetta la concessione dell'indulgenza annua in forma
giubilare, tradizione che ancora oggi, tramite la Confraternita
del Santo Rosario, rimane viva grazie ad una serie di
celebrazioni definite "Perdono di Corbetta".
Chiesa di Sant'Ambrogio
L’oratorio della Beata Vergine di Sant’Ambrogio è parte di un
consistente numero di edifici religiosi edificati nel XVII
secolo nella Pieve di Corbetta. L’attuale costruzione fu eretta
su un’area già occupata nella seconda metà del cinquecento da un
piccolo e fatiscente edificio religioso. Una visita pastorale lo
descrive come segue "...non vi era il pavimento, il tetto era
rotto, l’altare distrutto e di conseguenza non vi si celebrava
la messa..." [20]. L'’edificio venne completamente ricostruito a
partire dal 1667 e venne inaugurato nel 1680 dal prevosto di
allora, Pietro Antonio Vigorè. Nel 1732 i deputati di questo
oratorio decisero di erigere il campanile che venne poi
distrutto nel 1938 perché pericolante. Dal 1835 sino alla fine
del XIX secolo, la sacrestia della chiesa fu destinata a
lavatoio e lazzaretto per l’epidemia di colera. Attualmente la
chiesa di Sant'Ambrogio, svolge la funzione di chiesa ufficiale
del quartiere "Isola" nella quale si trova inserita ed è
definita simpaticamente ed affettuosamente dai residenti locali
Gesa da Sant'Ambrusin.
L'esterno è costituito da una struttura semplice, mossa
semplicemente dalla soluzione ideata dal Richini, progettista
della cappella, consistente in un pronao sostenuto da colonne e
lesene granitiche. [21]. Il portale ligneo, è sovrastato da una
targa in marmo nero e lettere dorate intitolata a San Carlo
Borromeo, riformatore del tempio, mentre ai lati dell'ingresso
si trovano ancora oggi due piccoli sedili in pietra, che un
tempo erano sovrastati da piccole finestrelle che davano
sull'interno della chiesa, come voleva la tradizione del
post-Concilio di Trento, per permettere di seguire la funzione
anche ai peccatori non comunicati. Le facciate laterali sono
completate da finti finestroni dipinti, recentemente restaurati,
e gittante verso l'esterno è la sacrestia, divisa dalla strada
da una pesante porta lignea a catenaccio d'epoca.
L'interno, abbastanza ampio, si apre su un'unica navata sino al
presbiterio, ottagonale, dando ampio spazio all'altare ed a due
navatelle centrali che si ricongiungono con l'area del coro, ove
è sito anche l'organo, di fattura moderna. La parete sovrastante
l'ingresso è decorata con un affresco rappresentante
Sant'Ambrogio ed alle pareti due quadroni affrescati raccontano
le gesta del vescovo milanese. Il soffitto è completamente
decorato con aggiunte a stucco settecentesche bianche e oro (di
cui peraltro è visibilissimo il contrasto con la semplicità
dello stile della cappella). L'altare maggiore è di gusto
tipicamente barocco ed accoglie, in una nicchia lavorata, una
croce lignea con sudario in lino, simboli della passione.
Chiesa di San Sebastiano
La chiesetta di San Sebastiano
Si possono far risalire le origini della
chiesa di San Sebastiano al 1609, quando il Conte Carlo Borri e
Giovanni Battista Lampugnano posarono rispettivamente la prima e
la seconda pietra dell'oratorio. [22] Notevoli donazioni
provengono al capitolo dal testamento del prevosto Orsino
Spadense da Urbino deceduto il 28 marzo 1620. Nel 1635
l'edificio è una chiesa sussidiaria e come tale non dispone di
alcun prete; rimane in questo stato sino al 1787 quando viene
definitivamente profanata. Nel 1880 la chiesetta viene abbellita
e ristrutturata negli interni, per poi essere venduta al
capitolo della parrocchia nel 1921, inaugurandone un nuovo
altare nel 1927. Il 9 luglio 1933, grazie al personale
interessamento del prevosto Mons. Pasquale Carnaghi, San
Sebastiano viene riconsacrata e restituita al pubblico
culto.[23]
L'esterno, costituito da una struttura estremamente semplice, è
preceduto da un piccolo cortile con cancello, mentre la facciata
della chiesetta è realizzata con la classica struttura
terminante a timpano, sovrastato da una croce in pietra. Uniche
decorazioni presenti, oltre alle alte lesene, sono due statue
poste in due nicchie nella parte superiore della facciata,
rappresentanti San Rocco e San Fermo. Apprendiamo da un progetto
del XVIII secolo [24] che questa facciata doveva essere
originariamente decorata in più grandiose forme barocche con
l'aggiunta di lesene ioniche sulla facciata e un grande
finestrone centrale, oltre a decorazioni di fiamme in pietra e
timpano a barbacani sporgenti. Si ha ragione di supporre che
tale progetto non fu mai realizzato per mancanza di fondi.
L'interno, strutturato su una sola navata che conduce sino al
presbiterio, è interamente decorato ad affreschi: sul soffitto
della chiesa sono rappresentati quattro scene della vita di San
Sebastiano. Sulla controfacciata si trovano due grandi
affreschi: il primo, sovrastante la porta d'ingresso,
rappresenta San Pietro e sopra di lui, in gloria, spicca
l'immagine di San Fermo (ai lati si trovano due targhe
commemorative dei restauri subiti in precedenza). Le pareti
accolgono anche due cappelle devozionali decorate a finte
strutture in gusto barocco, una delle quali è dedicata alla
Madonna. Il presbiterio è distinto dalla navata da una stupenda
balaustra in marmo rosa e da un arco trasversale decorato a
vista con piccoli medaglioni rappresentanti San Carlo Borromeo
(a sinistra), Sant'Attilio (in centro) e Sant'Ambrogio (a
destra). Più in basso, ai lati di questo arco introduttivo, due
nicchie accolgono le statue di San Sebastiano (a sinsitra) e
Sant'Antonio da Padova (a destra). L'area dell'altare è decorata
sulla volta a crociera del soffitto con quattro grandi affreschi
rappresentanti i quattro evangelisti, mentre le pareti laterali
sono completate da due quadroni rappresentanti i momenti
culminanti della vita di San Sebastiano, "San Sebastiano si reca
dall'Imperatore Diocleziano" e "Il martirio di San Sebastiano",
realizzati dal pittore corbettese Natale Penati tra il 1948 ed
il 1949. L'altare, di forme sobrie, è integralmente ligneo e
dipinto a simulare il marmo. Dietro l'altare si scorge una
piccola immagine dipinta dedicata a San Guido sacrestano,
realizzata per conto di Guido Olgiati, ricco possidente, che
donò ingenti somme per la ristrutturazione della cappella.
Ville e palazzi
Villa Pisani Dossi
Villa Pisani Dossi (autore:
klausbergheimer)
La villa, situata in via Mussi, fu costruita verso la metà del
Quattrocento dal Conte Ambrogio Varese da Rosate. La dimora
venne poi venduta dagli stessi conti Varese nel 1811 al
commendatore Francesco Mussi (fratello di Giuseppe Mussi) che,
alla propria morte, lasciò la palazzina alla nipote Carlotta
Borsani la quale, nel 1892, sposò il Conte Carlo Alberto Pisani
Dossi (Carlo Dossi). Il nobile diplomatico frequentava
architetti, pittori e letterati aderenti al movimento milanese
della Scapigliatura, di cui egli stesso entrò a farne parte.
Nel 1898 il Dossi scopre, sotto l'intonaco della casa, i resti
della dimora quattrocentesca ed inizia subito ad occuparsi del
restauro ancora oggi ben visibile: vengono riaperte le finestre
originarie, ricostruiti il portone borchiato e il camino con la
canna fumaria sporgente dal fronte, completando i lavori con
l'affresco della facciata decorato, per quanto possibile, con i
motivi ornamentali rinvenuti.
Gli interni, eleganti e raffinati, ospitano un museo privato con
reperti archeologici di notevole valore (alcuni rinvenuti dallo
stesso conte attraverso scavi nel territorio di Corbetta,
Albairate, Cisliano e Santo Stefano Ticino) e la biblioteca
costituita da volumi e da documenti di varie epoche, raccolte
storiche curate dallo stesso Pisani Dossi. È attualmente
proprietà della famiglia Pisani Dossi - Macchi di Cellere.
Villa Borri Manzoli
Villa Borri-Manzoli(autore:
klausbergheimer)
La nobile famiglia Borri assunse, sin dalla
seconda metà del Duecento, un ruolo di primo piano tra i
possidenti gentilizi di Corbetta, vantando personalità di spicco
come Bonacossa Borri, moglie di Matteo I Visconti. I Borri
fecero costruire la loro villa durante il XVIII secolo, per poi
completare ed ampliare nell'Ottocento la dimora, che presenta
quindi due stili architettonici ed artistici differenti; la
facciata verso Piazza del Popolo è infatti in stile barocchetto
ed è caratterizzata da un doppio porticato centrale mentre
quella rivolta verso il parco è invece di gusto neoclassico, più
sobria ed ornata da un piccolo pronao retto da due colonne che
protegge l'ingresso al giardino.
Il materiale in parte utilizzato per la costruzione della villa
proviene dalla demolizione, avvenuta nel 1650, del vicino
Castello di S. Ambrogio. Gli interni, riccamente decorati ed
arredati, presentano ampi saloni, quasi tutti in stile
neoclassico, con volte, affreschi, stucchi e bassorilievi mentre
il parco della villa, molto vasto, arriva sino alla via 2 giugno
ed è attraversato da un fontanile. Situata in Piazza del Popolo,
la villa è attualmente di proprietà della famiglia Manzoli.
Villa Frisiani Mereghetti
Villa Frisiani Mereghetti
Collocata tra il Castelletto e la villa Borri Manzoli presso
l'attuale Piazza del Popolo, la villa Frisiani Mereghetti è la
dimora più antica di Corbetta: alcune parti della costruzione
risalgono infatti al '300. Anticamente la villa era annessa al
Castello di S. Ambrogio; venne poi adibita ad abitazione
privata, decorata nel Cinquecento con vari dipinti e
successivamente ristrutturata nel '600 ad opera dell'architetto
Francesco Maria Richini, assumendo l'aspetto attuale. La dimora
venne allora accorpata ad un edificio esistente, risalente al
Quattrocento, le cui pareti erano state allora affrescate.
Gli interni, ben conservati, sono decorati con soffitti a
cassettoni lignei ed eleganti porte. Nella volta sopra lo
scalone monumentale a doppie rampe è possibile ammirare alcuni
dipinti del Seicento di Carlo Francesco Nuvolone e Giovanni
Stefano Danedi detto "il Montalto" (recenti studi hanno
dimostrato essere errato il paragone che si sollevava da tempo
con opere di Giovan Battista Tiepolo). Celebre è anche lo
studiolo al piano terreno, con la raffigurazione delle allegorie
delle quattro stagioni ove è presente uno dei rari ritratti del
Richini, inserito all'interno di un complesso di affreschi dallo
stesso Montalto. Notevoli sono anche le preziose ed antiche
cantine settecentesche sottostanti la casa. Il parco,
all'inglese, si presenta agli occhi del visitatore ampio e ben
tenuto e si svolge in due blocchi fondamentali, l'uno posto
nella parte anteriore della villa, ed uno nella parte posteriore
dove è attraversato da un fontanile.
Nel 1996 l'ala del quattrocento è stata acquistata dalla
famiglia Trifone e sottoposta ad un complesso restauro ultimato
nel 2002 che ha permesso di riscoprire anche alcune tracce di
dipinti quattrocenteschi sotto l'intonaco. La villa è di
proprietà delle famiglie Maggi e Trifone, ma continua a
mantenere il nome tradizionale di Frisiani Mereghetti per
commemorare le glorie dei suoi passati possessori.
Villa Frisiani Olivares
Ferrario
Villa Frisiani Olivares Ferrario
La villa
La villa, situata in via Cattaneo ed attuale sede municipale,
risale al XVIII secolo. La dimora venne eretta dai conti
Frisiani e nel 1721 già appare nelle piantine del Catasto
Teresiano anche se la struttura architettonica la distingue
rispetto alle dimore gentilizie del medesimo periodo. La
tradizionale pianta a U presenta infatti ali laterali molto
distanziate e di altezza eguale a quella del corpo centrale,
mentre la facciata è ripartita su due piani, terreno e loggiato,
con due ordini di porticati, ciascuno dotato di sette archi a
tutto sesto, retti da colonne di granito alte e sottili.
Numerosi elementi dell'edificio farebbero supporre che esso sia
stato edificato sopra un convento degli Umiliati del '500.
Attraverso il portico si accede allo splendido parco
"all'inglese" voluto da Alessandro Olivares, la cui casata
divenne proprietaria della villa nell'Ottocento. Dopo essere
passato nel dopoguerra alla famiglia Ferrario, il palazzo ospita
dagli anni Ottanta gli uffici comunali ed il parco è adibito a
spazio pubblico, uno dei migliori dell'hinterland milanese.
Il parco
Il Parco della Villa Frisiani
Olivares Ferrario, sullo sfondo la statua di Nettuno
e le grotte delle barche
Il parco della villa ospita numerose varietà
di essenze arboree ed è abbellito da un romantico laghetto
alimentato dal Fontanile Madonna, al cui centro si erge una
finta grotta retta da colonne per il ricovero delle barche. Al
centro del bacino è situata una splendida statua in pietra di
Nettuno (forse di origine settecentesca) con tridente in ferro,
poggiante su un basamento barocco. Gran parte delle statue che
adornavano il complesso naturale del parco sono oggi in stato di
degrado o andate distrutte: presso l'isoletta dell'imbarcadero
si possono ancora notare i basamenti in pietra di due putti che
facevano corona alla discesa decorati con motivi floreali e
frutti. Di gusto romantico è anche il piccolo ponticello in
mattoni che conduce all'isola costeggiando una delle due grandi
colline in terriccio realizzate durante lo scavo del laghetto.
Presso la villa, nella scala che conduce al lavatoio del
fontanile, si trova una statua di Atlante che sorregge la
scalinata. Il fontanile Madonna scorre parallelamente al
laghetto e vi si innesta con delle chiuse.
Palazzo Brentano
Il maestoso ingresso di Palazzo
Brentano
Il Conte Carlo Giuseppe Brentano, tesoriere
generale del ducato di Milano, acquistò il terreno nel 1730 dal
Marchese Ferrante Villani Novati e affidò il progetto di
edificazione di una villa di campagna a Francesco Croce,
architetto del Duomo di Milano, il quale curò la costruzione tra
il 1732 ed il 1737, realizzando così la dimora gentilizia più
importante di Corbetta, situata nell'attuale via San Sebastiano.
Appartamento di Maria Teresa:
"Giove che benedice le quattro parti del mondo" di
Giovanni Angelo Borroni
L'ampio cortile d'onore, a cui si accede dopo
aver oltrepassato un grandioso cancello a pilastri, apre alla
vista la facciata dell'elegante palazzo, completata da una
gradinata di granito rosa;l'imponente impianto prospettico è
completato da due torrette belvedere. Attraversando il portico
ed il salone centrale si giunge al giardino, come documenta
Marc'Antonio Dal Re nel suo "Ville di delizia" datato 1740.
Gli ampi saloni interni sono riccamente decorati con stucchi ed
affreschi settecenteschi di Giovanni Antonio Cucchi, Giovanni
Angelo Borroni, Mattia Bortoloni, Giuseppe Pellegrini,
Ferdinando Porta e Giovan Battista Sassi. La famiglia Brentano
ne fu proprietaria sino al 1837 quando l'erede, Pompeo Litta
Biumi la vendette ai Carones; dopo essere passata al Prof. Italo
Tonta, venne acquistata dal Commendator Enrico Pagani che la
cedette alla congregazione dei Padri Somaschi i quali la
adibirono a seminario con indirizzo filosofico-teologico. Dal
1972 è sede dell'istituto di scuola media dedicato a San
Girolamo Emiliani, fondatore dell'ordine dei Padri Somaschi.
Un esemplare di Poncirus o
"arancio amaro giapponese" che orna ad arco
l'ingresso del viale principale del giardino di
Palazzo Brentano
Il giardino
Il giardino di Palazzo Brentano costituisce oggi una degna
attrattiva che ben si armonizza con la struttura stessa della
casa padronale. Attualmente, dell'ingegnosissimo progetto
originario, ci rimane ben poco, se non un'incisione realizzata
dal Dal Re su come il parco avrebbe dovuto essere realizzato.
Esso si estende per una lunghezza prospettica di quasi 600 metri
ed è in gran parte adibito oggi a semplice prato con campi
sportivi: un tempo doveva comunque essere decorato con numerose
aiuole e sentieri fioriti.
Dell'originario progetto, venne però solo compiuto il piccolo
boschetto all'inglese presso la facciata retrostante il palazzo,
dove sono oggi conservate moltissime specie di piante rare ed
esotiche, alcune delle quali addirittura plurisecolari. Tra
queste si ricordano bagolari, magnolie e cedri (nelle varietà
Libani, deodora e atlantica) che raggiungono i 30 metri di
altezza oltre ad abeti (nelle varietà rosso, nero e strobo),
tassi, querce, ippocastani, tigli e cipressi.
A queste piante si assomma un considerevole numero di arbusti e
piccole piante quali l'albero di Giuda, palme cinesi, palme
nane, aceri (nelle varietà americano e platanoide), faggi, Thuja
occidentalis, araucaria araucana, robinie, agrifogli, alloro,
lauroceraso, pungitopo, aucube (nelle varietà "verde" e
"striata"), forsizia, lilla, maonia, kerria, calicanto, bosso,
oleandro, ibisco, bambù, melograno, lagestroemia, ligustro,
berberis, Viburno (o "palla di neve"), ortensia, nespolo,
cotogno, mirabolano, arancio amaro giapponese (varietà molto
rara e di notevoli dimensioni), fotinia, nandina, clerodendreo,
symphoricarpos alba ("snowberry"), fiordarancio, edera, albero
del corallo, cornus, spirea bumalda, rododendro.[34]
All'interno si trovano anche statue d'epoca come un "Pasquino"
settecentesco ed altre di aggiunte successive, il tutto
sviluppato su una superficie non piana che consente la creazione
di sentieri attraverso la natura con cordoli in cemento e
ghiaia.
Villa Massari
Villa Massari, la facciata sul
giardino
La villa, il cui ingresso principale si trova
in via Madonna, è stata edificata nel 1730 su progetto di
Francesco Croce e divenne proprietà della famiglia Carones.
La dimora, articolata sul classico schema a U, presenta due ali
laterali con varie decorazioni, mentre il corpo centrale offre
la vista di un porticato a colonne binate. Presso il portico ed
all'interno della villa si possono ammirare splendidi stemmi
araldici affrescati appartenuti al Feldmaresciallo Ferencz
Gyulaj che la abitò dal 1857 al 1859 sino ai giorni della
Battaglia di Magenta, stabilendovi il quartier generale
austriaco. Nel medesimo periodo l'abitazione fu anche luogo di
soggiorno dell'Arciduca Massimiliano d'Asburgo-Lorena, fratello
dell'Imperatore Francesco Giuseppe. Il maestoso retro con il
parco di gusto romantico si affaccia sulla piazza I Maggio. [35]
La villa rimase di proprietà della famiglia Carones sino al 1839
quando venne venduta al Conte Gerolamo Radice, in seguito
all'acquisto da parte dei Carones del ben più grande Palazzo
Brentano. Nel 1860, con il matrimonio dell'ultima erede dei
conti Radice, Teodolinda, la villa venne portata in dote al
Dottor Emilio Gabuzzi. All'estinzione della famiglia Gabuzzi,
nel 1929, la costruzione venne venduta a Elena Pisani-Dossi
(figlia di Carlo Dossi) che a sua volta la portò in dote al
marito, il Cavalier Giuseppe Massari.
Attualmente la villa è di proprietà della famiglia Massari che
l'ha recentemente sottoposta ad una eccellente opera di restauro
riportandola al suo antico splendore.
Villa Favorita
Villa Favorita, ricavata ristrutturando
alcuni fabbricati rurali preesistenti (un tempo parte delle
proprietà Brentano), presenta una disposizione architettonica
articolata con vari corpi edificati, ampi porticati e colonne,
delimitanti i cortili interni. Attualmente la dimora ospita la
scuola elementare omonima e la biblioteca comunale. Curioso è il
vicino Vicolo del Ghiaccio, dove un tempo si trovava una
ghiacciaia in cui venivano portati enormi lastroni di ghiaccio,
formatisi nei laghetti dei giardini della zona, per conservare i
cibi durante l'estate.
Villa Archinto Pisani
Dossi
Adiacente alla villa Pisani Dossi, risale al
Settecento. L'aspetto attuale è dovuto anche al fatto che Carlo
Archinto, Conte di Tainate, che la fece edificare, non terminò
mai il progetto per mancanza di fondi e la struttura rimase
incompleta di alcune sue parti [36]. Sulla facciata si possono
ammirare ancora il porticato ed alcune finestre a cornicione.
Acquistata nell'Ottocento dalla famiglia Pisani Dossi, attuale
proprietaria, giace oggi in stato di semiabbandono.
Villa Pagani Della Torre
La villa, situata in Piazza XXV Aprile,
risale ai primi anni del Novecento. La costruzione presenta
all'esterno decorazioni ad affresco ed incisioni che si
riallacciano ai motivi tipici del villino borghese, seguendo la
moda liberty dell'epoca. La casa sorge su quanto rimane del
giardino dell'antica Ca' Erba che si estendeva dall'attuale via
Verdi a via Battisti. Iniziata la costruzione nel 1925, dal 1929
al 1934 divenne la residenza del podestà Enrico Pagani. Nel 1971
venne acquistata dal comune ed intitolata ad Angelo Della Torre,
il bambino miracolato dalla Madonna del santuario. Da allora fu
sede prima dell'ufficio tecnico, poi del magazzino comunale;
attualmente ospita la Pro Loco. Il portico d'ingresso, retto da
colonne binate in cemento decorativo, è ornato da due grandi
graffiti a tratto nero su sfondo ocra, che riproducono un duello
fra cavalieri e una figura in armatura con valletti, inquadrati
in una prospettiva architettonica.
Villa Olivares Zari Mereghetti
Villa Olivares Zari
Mereghetti
Risalente al Settecento, la dimora svolgeva
la funzione di foresteria dell'adiacente villa Frisiani Olivares
Ferrario per l'alloggio degli ospiti. La facciata è ancora oggi
decorata con affreschi riproducenti nicchie e statue, mentre
l'interno è prevalentemente neoclassico. Di rilevanza artistica
è anche il prezioso cancello in ferro battuto risalente ancora
al XVIII secolo e che probabilmente doveva ricalcare lo stile di
quello della vicina Villa Frisiani Olivares Ferrario. Il piccolo
giardino sul retro, si affaccia con una curiosa veduta artistica
sul fontanile Madonna che alimenta il laghetto di Villa Frisiani
Olivares Ferrario. Villa Olivares Zari Mereghetti è situata in
via Cattaneo, ed attualmente è di proprietà della famiglia
Mereghetti.
Il villino Serati Galeazzi De
Vecchi
Villino Serati Galeazzi De
Vecchi
Il villino venne fatto costruire da Carlo
Serati, che poi lo vendette al maestro elementare Galeazzi.
L'anno d'inizio della costruzione è datato in facciata "1909",
anche se si ha ragione di credere che la struttura sia stata
ultimata solo nel 1911.
La villa si presenta oggi in stile eclettico con una gustosa
torretta belvedere, mentre le pareti esterne sono decorate a
graffito con motivi neorinascimentali, con medaglioni
raffiguranti i volti di personaggi famosi o con decorazioni
floreali. Di rilievo è anche il giardino a boschetto con grandi
abeti e la presenza di alcune piante particolari ed esotiche
quali palme e camelie. Di recente fattura (1993-1994) è invece
il monogramma della famiglia De Vecchi, attuale proprietaria,
eseguito nell'ambito dei lavori di restauro subiti dalla
struttura, che hanno riportato alla luce anche le decorazioni
della vicina casa del gastaldo Zucchi.
Curiosità e aneddoti
La leggenda di
Sant'Ambrogio
L'etimologia del nome della città, come vuole
la tradizione popolare, è da riferirsi ad un episodio
riguardante la vita di Sant'Ambrogio: egli, fuggendo da Milano
rincorso dalla popolazione che voleva proclamarlo vescovo, sostò
in questo luogo. Braccato dalla folla incalzante, spronò la
propria mula al grido dialettale di “Cor Betta! Cor Betta!”
(pron. "Cur Beta"). A memoria del leggendario accaduto, in
località Isola, si erge oggi la Chiesa di Sant'Ambrogio.
Il crollo del campanile e
l'angelo
Il campanile di Corbetta ripreso
da Piazza del Popolo
Il tragico crollo del campanile della
collegiata nel 1902 fu, secondo la tradizione popolare, guidato
dalla Madonna dei Miracoli: Ella infatti, con il proprio manto,
avrebbe fatto in modo che il campanile cadesse su se stesso
senza danneggiare le case circostanti. Si narra anche che, al
momento della catastrofe, uno degli angeli presenti sulla torre
campanaria si sia staccato dalla sua sede e sia volato
miracolosamente nel vicino parco del Castello dove ancora oggi
si può vedere. Il crollo avvenne nelle ore notturne e
fortunatamente non fece vittime tranne il cane del locale
fornaio Evardi.
Scrive Carlo Dossi: « Nella notte dall'1 al 2 giugno 1902, dopo
che l'orologio del campanile di Corbetta aveva sonato le 3 e 1/4
il campanile (stato recentemente sopralzato a straordinaria
altezza) si sfasciò alla altezza della parte vecchia, cedendo,
sedendo su sè stesso. Fece come un canocchiale che si ritira
dentro sè. Fu un rumore come di cento carri rovesciati, al quale
ne successe un altro quasi eguale, per una parte della chiesa
che parimenti si sfasciò. Nessuna disgrazia di persone. Notte
limpida e chiaro di luna (I° quarto). Alla mattina del 2
giunsero i costruttori, architetto Perrone e capomastro Gadola.
Nel momento stesso in cui il campanile cadeva, Perrone a Milano
in casa e nel letto suo si svegliò di soprasalto, mentalmente
pensando «cadde il campanile di Corbetta», poi riaddormentossi,
e quando la mattina appresso fu svegliato, perché [lacuna] era
venuto da Corbetta per annunciargli il fatto, disse a questo
prima che parlasse, so che cosa veniste per dirmi. Caso di
telepatia. - L'idea che il campanile stesse per cadere, era pur
fissa in me, e coricandomi la sera dell'1, aspettavo, non so
perché, il fragore della rovina ».
Le lancette del campanile
Un altro particolare che accompagnò la
tragica storia del campanile risale al periodo della Seconda
Guerra Mondiale quando una lancetta dell'orologio si staccò in
pieno giorno e precipitò sul capo di un passante, Enrico Trezzi.
Il tesoro
Carlo Dossi: « In molte località di origine
antica, dura la tradizione di tesori nascosti. Anche in Corbetta
(Cellae concannianae e poi Curia picta) un tesoro si troverebbe
presso il Pozzo vecchio ‹o pozzo bianco› (dove?) e Giuseppe
Mussi, già deputato e senatore, sindaco di Milano, uomo che
possedeva molti libri e aveva letto molti frontispizi, "bottega
de pattee", come lo chiamava il cugino suo Francesco, citava il
seguente passo latino, tolto secondo il Mussi dal cronista
Prato: thesaurum apud Puteum blancum seu campanam argenteam,
auro repletam. Si noti però che il Prato è scritto in italiano e
non in latino e che non vi si trova cenno neppure lontano di
tesoro in Corbetta ».
Secondo una leggenda popolare, per conoscere esattamente il
posto dove è sepolto il tesoro (tre campane d'argento ricolme
d'oro) occorre interpretare le indicazioni contenute nelle tre
stele murate sulla facciata esterna, rivolta a mezzogiorno,
della Chiesa Prepositurale di San Vittore Martire.
Il vino
Un tempo il territorio corbettese era
rinomato soprattutto per la produzione di vino, di ottima
qualità. Famosissimo era il "Bianco di Cerello", prodotto nel
Seicento nell'omonima località del comune. Tracce di una cantina
per il deposito del vino sono state trovate anche nel cortile
della Chiesa di Sant'Ambrogio in località Isola. Le prime
coltivazioni sembrano risalire all'epoca romana.
Le osterie, i letterati e
gli artisti
Il diplomatico e scrittore
scapigliato Carlo Dossi (che abitò a Corbetta,
nell'omonima villa storica, dal 1892 alla propria
morte nel 1910), era uno dei più accaniti ed
estroversi avventori delle osterie corbettesi del
buon vino
A Corbetta è attiva a tutt'oggi una delle più
antiche osterie del paese, detta Croce di Malta (fondata nel
1853), dove Alessandro Manzoni era solito trovarsi con altri
letterati del tempo come il Grossi, il Pestalozzi e il Rossari;
li accomunava una personale amicizia col prevosto Nazaro Vitali
che nel Liber Chronicus parrocchiale ci ha lasciato traccia di
questi incontri. Non ultimo, lo stesso Carlo Dossi era solito
ritrovarsi con i propri amici in questa osteria del centro.
Corbetta era all'epoca molto famosa per le osterie e se ne
contava un numero elevato, alcune delle quali sono giunte sino
ai nostri giorni.
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